martedì, agosto 19, 2014

I misteri del giornalismo

Non ho mai capito in cosa consista la professione del giornalista.
Ogni tanto leggo degli articoli da cui un lettore che non sia del tutto ignorante capisce due cose, primo che il giornalista in questione non ha la minima conoscenza dell'argomento di cui scrive, la seconda è che il giornalista in questione non cerca di descrivere un fatto ma cerca di dare una interpretazione, che nella maggior parte dei casi poi è una idea preconcetta che appartiene ad un determinato filone ideologico.

Esempio: L'arsenale nascosto dell'Esercito - Nel bazar delle armi italiane
Gianluca Di Feo, la mia opinione è che questo è un pessimo articolo e personalmente io non ti pagherei per una cosa del genere.

Andiamo ad esaminare:
Ma nei magazzini dell'Esercito ci sono migliaia di mezzi militari accatastati. Un surplus bellico che viene usato per la nostra politica estera.
Capisco benissimo l'intento di solleticare il lettore "di sinistra" aggiungendo l'aggettivo (dispregiativo) "bellico" al sostantivo "surplus" ma siccome io non appartengo a quella congrega di idioti, è ovvio che trattandosi di armi rottamate, avessero fin dalla loro ideazione lo scopo bellico, che non appartiene al surplus, casomai il contrario, se è surplus è perché quelle armi non sono più utili a fini bellici. Logico no?
E mentre le altre nazioni occidentali hanno fatto di tutto per sfruttare questi giacimenti, vendendo i mezzi più moderni e trasformando gli altri in rottami da fondere, noi continuiamo a mantenere obici e tank in riserva: non buttiamo mai nulla. Stando alle statistiche ufficiali, ci sono più di 1100 carri armati e 3000 veicoli corazzati da combattimento "in naftalina": una quantità superiore a qualunque altra nazione europea.
Non buttiamo via nulla per la stessa ragione per cui non vengono scartati dall'Esercito gli ufficiali e sottufficiali che non hanno competenze utili o non sono fisicamente idonei al servizio militare. L'Esercito Italiano, come qualsiasi altra branca della Pubblica Amministrazione, non ha alcuna pretesa di efficienza, serve a dare lavoro e a spendere soldi pubblici. Le altre "nazioni europee" non sono tutte uguali. Stai sicuro che l'Esercito tedesco sarà mediamente più organizzato e meglio gestito del nostro, probabilmente l'Esercito greco sarà più o meno organizzato e gestito allo stesso modo, con meno risorse di un paese con un quinto degli abitanti dell'Italia.
Infatti:
Ma l'assenza di una legge chiara sulla commercializzazione dei surplus bellici e il disinteresse dei governi ha impedito finora di trovare una maniera per valorizzare questa armata incagliata.
L'articolo è contraddittorio. E chiaro che se la "armata" è "incagliata" per carenze normative e per disinteresse (io qui direi meglio interesse a mantenere lo status quo), significa che non c'è dietro una bieca strategia per creare una "riserva ombra" da usare per le "operazioni sporche". E' semplicemente la conseguenza della italianità, cioè è un'altra cosa fatta a @#@#@ come tutto il resto.

Lista degli armamenti in giacenza.
La descrizione mostra chiaramente che l'articolista non ha fatto il minimo sforzo per documentarsi sui nomi e le sigle che citava a capocchia.
Ma nei bunker c'é veramente di tutto: dai fucili d'assalto Fal ai mitra Beretta Mab, dai cannoni a tiro rapido Fh70 ai cannoncini antiaerei Bofors.
Il FAL non è un "fucile d'assalto", è un "fucile da battaglia" ed era un residuato bellico anche quando era nuovo. Infatti è stato prodotto dalla Beretta nel dopoguerra a partire dalle rimanenze della seconda guerra mondiale aggiungendo la possibilità di funzionamento automatico al fucile da battaglia M-1 Garand in uso agli Americani durante la Seconda Guerra Mondiale. Era una soluzione autarchica e di costo molto più contenuto rispetto all'acquisto di un fucile di nuova concezione. Gli Americani svilupparono per la medesima esigenza il fucile da battaglia M-14 che poi scartarono durante la guerra del Vietnam in favore dell'M-16, che serviva appunto per avvicinarsi al concetto di "fucile d'assalto" già in uso tra le truppe del Patto di Varsavia e "amici", il famoso Kalashnikov. Dov'è la differenza? Il "fucile da battaglia" serve per il tiro mirato da lunga distanza, quindi è ingombrante e usa munizioni di grosso calibro. Il "fucile d'assalto" serve per il tiro a raffica da distanza ravvicinata, quindi è compatto e usa munizioni di calibro ridotto.
Lo FH-70 è un obice pesante campale che serve per il tiro indiretto a molti kilometri di distanza, può sparare anche testate nucleari tattiche. E' tutto tranne che un "cannone a tiro rapido".
Bofors è un marchio svedese che ha sviluppato armi antiaeree usate dagli alleati nella Seconda Guerra Mondiale. Ancora, quelli in dotazione all'Esercito italiano in sostituzione delle rimanenze sono stati prodotto dalla Breda su licenza negli anni '70. E' ovvio che essendo armi antiaeree sono "a tiro rapido" ma nel senso che la parola poteva avere negli anni '30.

Veniamo al dunque.
Nell'articolo si fa volutamente confusione tra due argomenti diversi e cioè come smaltire gli armamenti scartati dalle Forze Armate italiane e come commercializzare i prodotti dell'Industria Militare nazionale. La due cose sono ben distinte anche se ovviamente le stesse aziende possono produrre nuovi armamenti oppure ricondizionare quelli obsoleti per allungarne la vita utile. L'articolo suggerisce che in ogni caso gli armamenti siano un "male" e quindi qualsiasi uso se ne faccia sia di conseguenza "maligno". Inutile stare qui a ripetere da dove viene questa idea, fatto sta che non solo la guerra è il proseguimento della diplomazia con altri mezzi e quindi l'Italia fa uso delle Forze Armate e sottoscrive accordi militari di varia natura ma il mercato degli armamenti è ricco e per l'Italia significa ricchezza e lavoro, che non tutti possono avere il Posto Pubblico Garantito.

Si accenna però ad un fatto fondamentale: gli eserciti NATO che si trovano a supportare milizie o eserciti nelle guerre e guerricciole in giro per il mondo non hanno a che fare con armamenti NATO, hanno a che fare con armamenti sovietici. E qui l'articolista evita accuratamente di domandarsi "ma se l'Italia ha i magazzini pieni di vecchie armi, perché nei Paesi emergenti e sottosviluppati tutti usano armi sovietiche?"

Ah le matte risate.
La spiegazione è molteplice.
Per primo non sfugga al lettore l'abbinamento tra Comunismo e sottosviluppo. Il Comunismo va dove c'è miseria e ignoranza e nello stesso tempo produce miseria e ignoranza. Infatti appena questi Paesi riescono a tirare fuori la testa, si affrettano a rottamare il comunismo e gli armamenti sovietici.
In secondo luogo la Rivoluzione ha nei suoi fondamenti la pretesa di essere "universale", quindi l'Unione Sovietica era disposta a svenarsi e regalare armi a chiunque pur di fare proseliti.
In terzo luogo le armi di fabbricazione sovietica sono state progettate per masse di coscritti schiavi e analfabeti, quindi sono relativamente economiche da produrre, robuste e facili da usare anche con addestramento e manutenzione approssimativi.

Ora, il problema è che gli armamenti nelle "riserve" italiane o sono inutili (come i FAL o gli FH-70) oppure, anche se ricondizionati, non sono impiegabili da chi fa uso di armamenti sovietici, sia per il problema dei diversi standard e misure, sia per la molto maggiore necessità di manutenzione per mantenerli in efficienza, senza avere accesso alle competenze tecniche necessarie e ai ricambi. E diventa peggio mano a mano che l'arma in questione si avvicina allo "stato dell'arte". Tutti i sistemi contemporanei fanno largo uso di elettronica e computer, nel caso degli eserciti NATO si parla di "componenti che trovi sullo scaffale", inteso come elettronica d'uso comune ma nel caso delle milizie tribali di qualche area remota, di solito costituite da analfabeti nella loro lingua, figurarsi nelle altre, si tratta di magia. Per non parlare del fatto assurdo di fornire un missile anticarro ad un pastore che poi, ammesso che lo sappia usare, lo usa per distruggere un pickup sgangherato che costa un decimo del missile.

Concludendo, articolo senza costrutto, ripete luoghi comuni "di sinistra" più o meno a casaccio.

2 commenti:

  1. Ho una bassissima opinione dei giornalisti, oggi molto più di 20 anni fa quando ancora non c'era internet ed almeno dovevano sgobbare un po' per documentarsi decentemente.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Secondo me il problema sta alla radice. Il giornalista non scrive perché ha qualcosa da dire, scrive perché riceve l'incarico di preparare un "pezzo" su un dato argomento, di solito sulla base di una tesi precostituita. Di conseguenza la "professionalità" consiste principalmente nella "bella forma" che viene data alla tesi precostituita, non c'è altro. Se il giornalista cambia datore di lavoro, cambierà la tesi precostituita.

      Alla fine aveva ragione il Vate, Jose Mourinho.

      Elimina