lunedì, ottobre 27, 2014

Cosa ricordo dei miei nonni

Mio nonno paterno si chiamava Ernesto. Era figlio di un preside, quindi apparteneva alla borghesia del tempo. Che però significava vita austera, collegio e estati da solo come un misto tra Heidi e Robison Crusoe un villaggio sulle montagne sopra il Lago di Como. Troppo giovane, riusci a schivare la Grande Guerra, anche se perse un fratello. Si diplomò geometra a Milano e trovò lavoro in una azienda che compiva opere di ingegneria in giro per l'Italia. A lui furono affidate le bonifiche di aree paludose, sovente in posti remoti e disabitati. Si sposo giovane con una donna che viveva in uno dei paesi lungo il Po da cui provenivano tradizionalmente i badilanti che venivano impiegati nei lavori di scavo delle bonifiche. Lei era figlia di un impiegato comunale. Ebbero due figli e mio nonno, un po' per carattere un po' perché per lavoro viveva in campagna, si occupò solo del suo lavoro e della famiglia, cercando di passare inosservato per tutto il resto. Quando arrivò l'Ultima Guerra lui era abbastanza vecchio e quindi riuscì ad imboscarsi, continuando a cercare di passare inosservato. Vivevano da sempre come "sfollati", seppure ben sistemati dal datore di lavoro di mio nonno, quindi non ebbero grandi patimenti in confronto alla gente di città. Finita la guerra si trovò senza niente come quasi tutti gli Italiani e tornò nei pressi di Milano dove si apprestava la grande ricostruzione e il boom edilizio. Da bambino mi portava in montagna a raccogliere i mirtilli e mi portava in cantiere a vedere le ruspe. Aveva un piccolo cortile dietro casa con un pollaio, pur abitando in città, chissà come erano contenti i vicini. Però erano tempi più semplici di oggi, erano i tempi in cui alla mattina e alla sera era un concerto di sirene e c'era il nebbione che non vedevi ad un passo. Andato in pensione si divertiva con un piccolo orto a fianco del pollaio e a distillare alcolici in cantina. Ad un certo punto, vinto dalla noia, ricominciò a lavorare in maniera non ufficiale per conto di un ingegnere, penso aiutasse a gestire i cantieri. E' morto poco prima di mio padre, negli anni '90, quando ormai era molto vecchio.

Mio nonno materno si chiamava Silio. Era figlio di un carrettiere. A tredici anni lavorava in fonderia. A diciassette fu richiamato coi Ragazzi del '99 e si trovò al fronte. Poi tornò alla fonderia e si sposò, avendo in seguito sette figli. Probabilmente ce l'aveva un po' col mondo e quindi si professava anarchico, anche se dubito avesse le idee molto chiare in proposito. Con l'avvento del Fascismo gli suggerirono caldamente di prendere la tessera del partito, lui sulle prime si rifiutò e prese un po' di bastonate. Quando però minacciarono di fargli perdere il lavoro, avendo tutti quei figli da mantenere, scese a più miti consigli. Durante l'Ultima Guerra lui e la famiglia dovettero passare momenti molto difficili, innanzitutto perché i soldi del salario non bastavano mai, mia nonna andava a comprare allo spaccio della fonderia facendo "segnare" e inevitabilmente si accumulava il debito. Mia mamma e i suoi fratelli vivevano col poco che c'era, in una abitazione povera, uno stanzone a piano terra, per lavarsi il catino, il cesso in cortile. Oltre la fonderia in città c'era anche un porto e quindi cominciarono i bombardamenti. Mio nonno Silio mandò moglie e figli "sfollati" presso una zia in campagna e li mia mamma incontro mio padre. Due dei fratelli di mia mamma, ancora bambini, morirono durante la guerra, uno per malattia, credo difterite e l'altro perché gli crollò addosso un muro diroccato mentre giocava. Ospedali e medicine allora erano una utopia. Mia mamma bambina fu ferita da un mitragliamento aereo alleato e fu curata dai Tedeschi, me li descriveva come soldati gentili, che giocavano con lei e i suoi fratelli pensando ai figli a casa. Poi arrivarono gli Americani che passando lanciavano la cioccolata ai bambini che non l'avevano mai vista, mia mamma me lo racconta ancora. E quando si fermavano tiravano fuori ogni ben di Dio. Finita la guerra mio nonno continuò come aveva sempre fatto come operaio in fonderia, la famiglia sempre povera anche se tutti gli Italiani stavano un po' meglio. Io l'ho conosciuto che era già in pensione, ad una certa ora usciva e andava all'osteria. Dopo poco si ammalò e mori per cause imprecisate, a quel tempo e in quel luogo non c'erano tutte le cure che ci sono oggi per gli anziani. Me lo ricordo con gli occhiali spessi, che mi mostrava le medaglie e che cantava "Sette Giorni sull'Ortigara".

6 commenti:

  1. Letto.
    Non ho troppo altro da aggiungere, se non che mi fa piacere leggere anche queste cose, qui.
    Io di nonni ne ho conosciuto solo uno, quello materno, un uomo magro e taciturno, lavoratore (era muratore, e trascorreva la sua vita a costruire case o a coltivare i campi), una persona retta.
    Fu prigioniero in Germania dopo l'armistizio del '43, torno', nel '46, magro come uno scheletro, racconta mia madre.

    L'altro nonno e' un po' un mistero. Mai conosciuto, e mio padre non me ne ha mai parlato, davvero. Mio padre anche era una persona schiva, e non si metteva a parlare e raccontare le sue cose. Credo che abbia sofferto con suo padre, che, probabilmente, gli preferiva la sorella, e con lui era molto duro.
    Ma ormai anche mio padre e' morto da tempo, non gli ho mai potuto chiedere nulla a riguardo, ero troppo giovane. Resto con un grande interrogativo a riguardo.

    B.

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  2. La vita dei nostri nonni, solo due generazioni fa, era molto dura, non di rado grama.
    Tempo addietro mi presi del tempo per intervistare i miei (Eravamo) e capii il divario pazzesco che c'era tra i loro stili di vita e i miei/nostri.
    Silio fu uno di questi italiani che vissero in condizioni così dure.
    E quando sei povero, sulle soglie della miseria, anche quel minimo di libertà intellettuale, politica soccombe alle esigenze del sopravvivere.

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  3. bei ricordi dei tuoi nonni.Io ho il ricordo di uno solo di essi, il padre di mio padre è morto nel viaggio di ritorno dall'America e io dovevo ancora nascere...

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  4. provo simpatia per il tuo ramo paterno, per comunanza coi miei genitori figli di contadini e sempre affamati.
    la storia di mio nonno paterno è già scritta nelle memorie di mio padre, che anzi iniziano con la storia del mio bisnonno morto suicida;
    la storia dei miei nonni materni devo assolutamente trovare il modo di scriverla, prima che la mia cara mamma ci faccia qualche brutto scherzo.

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  5. Leggevo il tuo post e pensavo che per i nipoti è bello avere dei nonni che ti raccontano la loro vita. Purtroppo i tempi dei racconti la sera intorno al caminetto sono quasi scomparsi e comunque non sempre i nonni sono tipi che amano raccontare la loro vita. Io conosco ben poco di come vivevano i miei nonni. Però ricordo sempre con piacere un amico di mio nonno che, quando veniva a trovarci, finiva spesso per parlare delle sue avventure da Alpino e da reduce della ritirata dalla Russia oppure di quando aveva iniziato a lavorare in giro per l'Europa e per il mondo. Erano racconti affascinanti di cui, almeno per la parte lavorativa, condivisi con mio nonno. Però lui in genere non ne parlava mai. Ed ora questo mi dispiace perchè avrei voluto saperne di più...

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  6. mi piace leggere i ricordi di vita altrui, mi piace l'umanità che viene descritta, resta tuttavia l'angoscia perchè come sono passati loro, poi toccherà anche a noi e resterà ben poco.

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