mercoledì, ottobre 27, 2004

Dubbi sul commercio solidale

Questo week end mentre filosofeggiavo con Giò mi è venuta in mente una cosa rigurado al commercio equo e solidale.
Noi tutti sappiamo che ci sono un sacco di multinazionali, tipo Nike, Del Monte, Benetton, etc. che sfruttano il lavoro dei paesi poveri per far costruire i loro prodotti, queste aziende dicono che sono in regola con le condizioni di lavoro in quei paesi con la scusa che li gli stipendi sono più bassi e questo è vero, però sapendo che alla Nike far fare una scarpa costa 5-10 euro compresa la manodopera e a me la vendono a 120 solo per pagare l'asso del basket del momento (che non è certo povero) mi girano parecchio le balle e mi meraviglio che ci sia gente che ancora pur sapendo questa cosa si ostina a comprare Nike (qualcuno dice tanto lo fanno anche gli altri, io gli rispondo cominciamo a far chiudere Nike che vedi gli altri come se la fanno sotto).
Comunque contro questo sfruttamento sono nati i mercati equi e solidali che hanno come obbiettivo di pagare il giusto al produttore del terzo mondo in modo da poter distribuire più equamente la ricchezza.
Ora quello che non capisco è il prezzo finale dei prodotti solidali, se da un lato è vero che pagano di più i costi di produzione è anche vero che in teoria il loro margine di guadagno dovrebbe essere basso, per cui il prodotto equo e solidale dovrebbe costare meno o al massimo uguale al prodotto della marca sfruttatrice, come è invece che costa di più?
Se qualcuno me lo spiega, io non l'ho capito.

1 commento:

  1. Direi che la spiegazione e' semplice, il meccanismo e' piu' complesso di quello che pensi tu. Innanzitutto il problema dei paesi del terzo mondo non e' certo la Nike, che casomai e' una fonte di reddito in posti dove lavorare per Nike puo' fare la differenza tra mangiare o non mangiare. Il problema e' che in quei paesi semplicemente non esiste una economia e le risorse naturali su larga scala sono gestite da multinazionali straniere. Nota bene, questo non e' collegato con la produzione di merce, cioe' con stabilimenti che producono senza minimi sindacali, quanto alla coltivazione di latifondi e lo sfruttamento di miniere che impiegano relativamente poca manodopera locale.
    Il commercio solidale in realta' cerca di creare delle "micro-attivita'" in loco in modo da dare del lavoro pagato, che sia qualcosa sopra la mera sopravvivenza. Pero' i prodotti del commercio equo in sostanza hanno un basso valore aggiunto e sono in picole quantita' per cui non si raggiungono economie di scala. Pertanto i costi di trasporto e commercializzazione incidono tantissimo, fino a non renderli ovviamente competitivi con gli analoghi prodotti "di marca", anche se prodotti nelle stesse condizioni

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