domenica, maggio 18, 2008

Immigrati

Lasciatemi scrivere alcune banalità sulla questione degli immigrati. Per prima cosa sappiamo che esistono leggi comunitarie e nazionali che ci impediscono di fare pubblicamente certe affermazioni, per esempio reati come "istigazione all'odio razziale". In teoria è un paradosso nel momento in cui si afferma che le "razze" non esistono ma spesso capita a chi si prende estremamente sul serio di generare auto-ironia involontaria. Un po' come un noto conduttore televisivo che scherza sul sindaco di Verona col suo "Verona ai Veronesi", pur essendo lui ebreo, vedi alla voce Israele agli Ebrei. Detto questo, a me sembra che il fenomeno produca l'incontro di universi solo apparentemente inconciliabili. Abbiamo tutto il bagaglio post-novecentesco di sensi di colpa per il colonialismo europeo e i miti della razza superiore, di rifiuto vagamente "marxista" per l'eredità storica e per il concetto di "Nazione", specialmente sentito tra quelli che si definiscono "di sinistra". Abbiamo la vecchia idea del "buon selvaggio" e dello spirito delle missioni, tanto più comode quando è il buon selvaggio che ti viene a trovare a domicilio, sentita da chi si definisce "cristiano". E poi abbiamo la semplice verità "economica" che un immigrato è il dipendente ideale, qualsiasi sia la sua mansione, perché è molto più facilmente ricattabile e quindi costa meno di un equivalente locale.

Quindi abbiamo tre spinte convergenti che si sommano:
- Azione da "sinistra" per disgregare l'idea di "Nazione" al fine di sostituirla con un "mondo nuovo", il "progresso". Non si sa più bene cosa sia il "progresso" perché ormai la "dittatura del proletariato" è finita in soffitta coi ricordi del bisnonno. Però si è convertita in una idea confusa di "umanesimo multietnico", che in sostanza si fonda idealmente sui principi della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e quindi di riflesso sulla Costituzione. Implicitamente si sovrappone l'idea di Italia alla idea di Mondo, i "diritti" del cittadino italiano sono i "diritti" dell'essere umano e viceversa, quindi qualsiasi essere umano deve avere i diritti del cittadino italiano. I confini dell'Italia diventano necessariamente indefiniti e privi di senso, anzi elemento negativo. Qualsiasi "identità locale o nazionale" non può che essere "razzista" e contraria ai principi costituzionali. Certo, ogni tanto fa comodo riesumare un po' di retorica risorgimentale con tanto di "stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte, Italia chiamò" ma solo quando si tratta di imporre la "solidarietà" a forza sventolando il manganello dello Stato.
- Il conflitto tra Chiesa e Stato non è ancora risolto dopo 2000 anni. La chiesa è per sua natura una istituzione universale e universalistica e nella identità dei popoli e nelle eredità storiche vede un ostacolo pratico e una bestemmia pagana. Non è un caso che l'Italia sia stata una delle ultime Nazioni europee a vedere la luce e che per nascere ha dovuto prendere a cannonate il Vaticano. La Chiesa non si vergogna tanto del passato di guerre di religione, inquisizioni e conversioni forzate e non ha alcun "progresso" da perseguire. Semplicemente non gli importa di nulla che non sia la verità universale contenuta nei testi sacri. L'unico progetto possibile da perseguire è la conversione.
- La "globalizzazione" si può leggere in diversi modi. Io non ho capacità di analizzare i fenomeni macroeconomici ma alcune cose sono banali. Nel momento che diviene possibile e conveniente spostare persone e produzioni da una parte all'altra del pianeta, chi ha come fine ultimo il proprio profitto ovviamente sfrutta le occasioni favorevoli. Quindi una azienda automobilistica sposta i suoi stabilimenti nell'est Europa dove trova trasporti relativamente efficienti e contesto relativamente moderno ad un costo per ora-uomo dell'impiegato che è una frazione minima di quello italiano. La piccola impresa a conduzione padronale/familiare invece di spostare la attività all'estero impiega in loco gli immigrati ai quali può imporre condizioni contrattuali al minimo sindacale oppure semplicemente non pagare, in tutto o in parte, gli oneri contributivi. Entrambe le cose hanno un impatto devastante sul mercato del lavoro, rendendo inesistente la contrattazione tra impiegato e azienda, nel momento che l'italiano si confronta con concorrenza interna ed esterna che ha comunque costi più bassi dei suoi. Se vogliamo è un concetto esteso di "mobilità", tutto si muove, le aziende e gli impiegati, verso lo stato che massimizza il profitto. Però qualcuno guadagna e qualcuno perde.

A questo punto bisogna fare una precisazione. Attualmente in Italia i problemi sopra descritti passano in secondo piano rispetto ad un altro che si nasconde dietro giri di parole come "immigrati irregolari", "clandestini", eccetera. Quello che pesa maggiormente è la percentuale di stranieri sensibile, a prescindere dal loro status burocratico o amministrativo. Ovviamente tanto più lo straniero è riconoscibile come "diverso", tanto più risulta cospicuo, nel bene e nel male. La xenofobia, cioè la paura dello straniero, oltre ad essere "normale" è anche logica quando lo straniero entra in casa tua non invitato. Ora, quello che viene detto tra le righe è che non abbiamo una "casa", cioè la città dove viviamo non è "nostra", non ci appartiene. Quindi non c'è niente di strano se altri ci vengono ad abitare. Ci viene anche detto che le nostre tradizioni sono brutte, sgradevoli, sbagliate ed è meglio se le cambiamo per qualcos'altro, non importa cosa, è sempre meglio delle nostre. Cosi andiamo in Svezia e scopriamo che la cucina locale è il kebab. Ci sono quelli che si fanno convincere che il kebab è meglio del risotto e questi sono contenti, gli altri invece subiscono.

La mia opinione personale è che evidentemente ci contraddiciamo in continuazione, cioè affermiamo sempre una cosa e il suo contrario nello stesso momento. Probabilmente perché non abbiamo più niente da dire. Forse è l'inizio di un medioevo. L'altra volta ci sono voluti 1000 anni per il rinascimento. O forse sono io che non capisco ed è già questo il rinascimento...

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